lunedì 5 ottobre 2026

A Matera il Mediterraneo è più vicino di quanto sembri

Fino all’8 dicembre 2026 Matera ospita THE SEA IS CLOSER THAN YOU SEE, una mostra collettiva diffusa che prova a mettere in discussione un’idea apparentemente ovvia: per appartenere al Mediterraneo bisogna necessariamente avere il mare davanti agli occhi?

La risposta della mostra, curata da Chiara Canali con la collaborazione di Simona Spinella, è decisamente no. Il Mediterraneo, infatti, non è soltanto una questione di geografia e di distanza dalla costa. È fatto di scambi, migrazioni, memorie, culture, economie, contaminazioni e percorsi che da sempre si spingono molto più lontano delle sue rive. È, in altre parole, una rete di relazioni che attraversa anche l’entroterra.


E Matera, in questo senso, è un luogo tutt’altro che periferico. La città porta il mare dentro la propria materia: la calcarenite dei Sassi conserva la memoria di antichi fondali marini, mentre cisterne, sistemi di raccolta dell’acqua e ambienti ipogei raccontano una relazione millenaria con l’elemento che apparentemente le è più lontano. Il mare non si vede, ma è già lì, sedimentato nella pietra e nella storia.

È questa distanza soltanto apparente il punto di partenza del progetto, promosso dalla Fondazione Matera Basilicata 2019 e dal Comune di Matera, con il sostegno del Ministero della Cultura nell’ambito di Matera Capitale Mediterranea della Cultura e del Dialogo 2026. La mostra è realizzata in collaborazione con i Musei Nazionali di Matera, l’Agenzia di Promozione Territoriale di Basilicata, MUSMA e TAM, con il patrocinio delle Ambasciate della Repubblica di Cipro e della Repubblica di Lettonia.

Il titolo, THE SEA IS CLOSER THAN YOU SEE, suggerisce già la prospettiva: non un mare da raggiungere, ma un mare che esiste anche quando non lo vediamo. Un mare presente nella geologia, nelle immagini, nei corpi, nelle memorie e nei movimenti delle persone, ma anche nei flussi di dati e nei sistemi tecnologici che oggi modificano il nostro modo di leggere il mondo.

La mostra riunisce lavori di Studio Azzurro, Andrea Crespi, Martin Romeo, Valentinaki, Leonardo Antonio Avezzano con Valentin Ammann, Baris Gencel, Giuseppe La Spada, Silvio Giordano e Julius Horsthuis, mettendo insieme linguaggi molto diversi: videoinstallazione, fotografia, olografia, suono, arte generativa, intelligenza artificiale, computer vision e ambienti immersivi.

Il percorso è distribuito in quattro luoghi del centro storico — Palazzo Lanfranchi, Museo TAM, MUSMA e Basilicata Open Space dell’APT — e trasforma Matera stessa in una sorta di grande spazio espositivo. Non si tratta quindi soltanto di spostarsi da una sala all’altra: il visitatore attraversa la città, dal Sasso Caveoso alla città del Piano, passando idealmente dalla pietra al dato, dalla memoria al paesaggio, dalla materia alla dimensione digitale.

A Palazzo Lanfranchi, il percorso si apre con WATER: Always different, always the same di Giuseppe La Spada, un'installazione video che raccoglie quindici anni di immagini dell'acqua e le mette in relazione attraverso territori e città differenti. Nella Sala D’Errico, invece, Lucania 2026 di Silvio Giordano dialoga con la celebre Lucania ’61 di Carlo Levi, utilizzando l’intelligenza artificiale per riflettere sulla trasformazione della comunità lucana, tra spopolamento, emigrazione e futuro.

Al Museo TAM, l’artista cipriota Baris Gencel affronta direttamente il rapporto fra la memoria geologica di Matera e la sua antica origine marina. In The Forgotten Sea & Memory of Stone volti umani, coralli, conchiglie e minerali si fondono attraverso l’intelligenza artificiale, creando un immaginario nel quale corpo, acqua e pietra sembrano appartenere alla stessa memoria.

Al MUSMA il rapporto fra materia, memoria e tecnologia assume forme ancora diverse. Studio Azzurro, con Il Colore dei gesti. Sinfonia Mediterraneo, porta al centro i gesti del lavoro e dell’artigianato: le mani di pescatori, liutai, vasai e tessitori diventano un linguaggio comune, capace di attraversare culture e territori. Andrea Crespi presenta invece Thetis, una presenza olografica ispirata alla medusa e alla figura mitologica di Teti, mentre Valentinaki, con Liquid Blue, trasforma legno, resina, pigmenti e suono in una sorta di corpo vibrante. Anthropic Cloud di Martin Romeo, infine, rende visibili attraverso una nuvola artificiale i flussi del traffico aereo e le trasformazioni prodotte dall’attività umana sull’atmosfera.

Il percorso conduce poi verso il Sahara algerino con TEMET, progetto di Leonardo Antonio Avezzano e Valentin Ammann nato dalla ricerca sul sito del Tassili n’Ajjer. Fotografia, tecnologie contemporanee e conoscenze tuareg riportano alla luce l’arte rupestre preistorica e una storia fatta di migrazioni, scambi e contaminazioni culturali che riguarda da vicino anche l’Europa e il Mediterraneo.

A chiudere il percorso, al Basilicata Open Space, è Foreign Nature di Julius Horsthuis, un ambiente immersivo costruito attraverso l’arte dei frattali. Forme coralline, strutture organiche e paesaggi quasi abissali mettono in discussione il confine fra naturale e artificiale, fra ciò che appartiene al microcosmo e ciò che sembra provenire da dimensioni cosmiche.

Uno degli aspetti più interessanti della mostra è proprio il modo in cui utilizza il digitale. Video immersivi, frattali, ologrammi, computer vision, sistemi di tracciamento dei dati, tecnologie sonore e intelligenza artificiale non vengono presentati semplicemente come strumenti spettacolari, ma come mezzi per rendere visibili fenomeni che normalmente sfuggono al nostro sguardo: i movimenti dell’acqua, le rotte degli aerei, i cambiamenti atmosferici, le memorie perdute, le trasformazioni del territorio.

In WATER, per esempio, l'acqua viene tradotta in dati attraverso l'analisi dei movimenti e delle traiettorie, mettendo a confronto la percezione umana con quella dell'occhio computazionale. In Anthropic Cloud, i dati sulle rotte aeree trasformano un'infrastruttura invisibile in un'esperienza concreta. E in The Forgotten Sea & Memory of Stone l’intelligenza artificiale diventa uno strumento per reinventare la memoria geologica di Matera.

Anche Lucania 2026 usa l’AI in modo tutt’altro che celebrativo: la tecnologia introduce una frattura temporale nell’immagine di Carlo Levi e permette di interrogare ciò che è accaduto alla comunità lucana nel passaggio da una dimensione ancora fortemente collettiva alla dispersione e allo spopolamento del presente.

Ed è forse proprio qui che la mostra trova il suo punto più interessante. L’intelligenza artificiale non viene proposta né come una moda né come una promessa salvifica, ma come un nuovo linguaggio attraverso cui interrogare memoria, ambiente, identità e trasformazioni sociali.

Alla fine, THE SEA IS CLOSER THAN YOU SEE propone un Mediterraneo molto diverso da quello delle immagini da cartolina. Non soltanto mare, sole e orizzonte, ma pietre, deserti, fossili, corpi in movimento, comunità che migrano, nuvole artificiali, dati e memorie.

Un Mediterraneo che non finisce sulla costa e che, forse, non comincia nemmeno dal mare. Continua nell’entroterra, nelle città, nei paesaggi e nelle persone; continua nelle tracce lasciate dalla storia e, oggi, anche nelle reti tecnologiche che collegano luoghi apparentemente lontanissimi.

Matera, allora, non è una città lontana dal Mediterraneo. È semplicemente un luogo da cui il Mediterraneo si può guardare in un altro modo.

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